Camminare sopra il Grande Cretto, nel silenzio della vallata, con il solo rumore del vento che lo attraversa, è percepire la morte e la desolazione di quello che fu un evento catastrofico. Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968, una serie di scosse colpì, distruggendo completamente 14 paesi, buona parte della Sicilia occidentale. La burocrazia, la lentezza nel portare avanti i progetti di ricostruzione, contribuirono alla cancellazione storica di questi luoghi.

foto archivio di Nino Giaramidaro, Gibellina all’indomani della notte del terremoto.

Il Grande Cretto di Burri sorge esattamente nel luogo dove esisteva Gibellina.

“Si sta compiendo un delitto, si sta spegnendo un’ intera popolazione, quella della Valle del Belice” disse Danilo Dolci.La burocrazia uccide più del terremoto, si può uccidere anche non portando avanti i progetti”.

Cominciò una “protesta al contrario”, quella pacifista e la popolazione si mise insieme a ricostruire le strade per dimostrare che si può e si deve agire.

Ma la gente non poteva ricostruire tutto, e continuò a vivere nelle baracche per tanto tempo, tra il gelo invernale e la calura estiva, e la paura reale di ammalarsi. Le ultime baracche, con i tetti in eternit, vennero smontate nel 2006.

Gibellina venne ricostruita molto lentamente ed in maniera anonima, senza cuore. Vedendo quello che stava accadendo il sindaco di allora, Ludovico Corrao, decise di chiedere aiuto all’arte.

Tra tanta lentezza, sofferenza e voglia di ritornare alla normalità, poteva mai essere coinvolgente per la popolazione con una ferita ancora sanguinante, un progetto artistico? Il progetto fu definito “troppo cervellotico e lontano dalle esigenze del luogo e della sua gente”, pastori e contadini che volevano una casa, ritornare alla loro quotidianità, a quello che la cattiva politica e costruzione faceva fatica a realizzare.

Al sindaco rispondono comunque numerosi artisti e vengono realizzate diverse opere tra cui il Grande Cretto di Alberto Burri.

L’ artista umbro realizzò un’ opera di land art imponente ed emozionante, che sorge esattamente nel luogo dove esisteva Gibellina e la sua gente. Una colata di cemento bianco, con percorsi e vie, finita, dopo le varie interruzioni per mancanza di fondi della Regione, nel 2015.

Camminare sopra il Grande Cretto, nel silenzio della vallata, con il solo rumore del vento che lo attraversa, è percepire la morte e la desolazione di quello che fu un evento catastrofico.

Oggi la più grande opera di land art al mondo (si, in Sicilia abbiamo pure questo) sembra “invecchiata”. Insieme ad essa, come parte di un progetto più ampio, nella nuova città di Gibellina, sfilano altre opere, ancora nell’indifferenza di tutti, dimenticate e danneggiate dall’incuria e dal tempo. Opere che sembrano attendere che si accendino i riflettori su di esse e sul territorio che le ospita.

Un viaggio in Sicilia merita una sosta in questo luogo. Un motivo in più? Il Museo delle Trame Mediterranee e le Orestiadi di Gibellina, rassegna internazionale di teatro, musica, arti visive, di forte richiamo artistico e culturale, quest’anno alla sua 38° edizione.