dei Fratelli Napoli

Agata era una giovane fanciulla catanese che subì il martirio da parte del tiranno Quinziano, al tempo dell’Imperatore Decio (249-251)

Quinziano la vuole ad ogni costo e così la fa arrestare.

Nel tentativo di corromperla e di farle abbandonare la sua fede cristiana, la affida ad Afrodisia, un’anziana matrona. Ma il tentativo si rivelò vano.

Agata: La mia mente è saldamente fondata in Cristo: le vostre parole sono venti, le vostre promesse pioggia, le vostre minacce fiumi, che per quanto imperversino contro i fondamenti della mia casa, essa non potrà cadere, fondata com’è sopra pietra ben ferma…

Quinziano rispose: A che questo profluvio di parole? O sacrifichi agli dei, o ti farò perire con vari supplizi.

Agata disse: Se mi condanni alle fiere, queste, all’udire il nome di Cristo, si faranno mansuete; se mi darai alle fiamme, gli Angeli dal cielo mi appresteranno rugiada di salvezza; se mi darai ferite e percosse, ho dentro di me lo Spirito Santo, che mi darà la forza di disprezzare ogni tuo tormento…

Furioso Quinziano comandò che fosse torturata nelle mammelle e poi le venissero strappate del tutto.

Agata: Empio, crudele e disumano tiranno, non ti vergogni di strappare in una donna ciò che tu stesso succhiasti nella madre tua? Ma io ho altre mammelle intatte nell’intimo dell’anima mia colle quali nutrisco tutti i miei sentimenti, e fin dall’infanzia le ho consacrate a Cristo Signore.

Agata viene miracolata da San Pietro, 
ma Quinziano continua con altre torture: Vedrò ora se il tuo Cristo ti curerà!

E comandò che fossero sparsi a terra acuti cocci, e sotto i cocci fossero messi carboni ardenti, e Agata vi fosse rivoltata a corpo nudo…

La tradizione racconta che mentre questa condanna veniva eseguita, il popolo di Catania insorge ed un terremoto scosse la città, l’Etna eruttò e i soldati romani si dettero alla fuga.

Così fece anche Quinziano che però morì annegando nelle acque del Simeto.

S. Agata fu riportata nella piccola stanzetta del carcere e ormai stremata pregò: Signore che mi hai creato e custodito dalla mia infanzia, e che nella mia giovinezza mi hai fatto agire virilmente, che togliesti da me l’amore del secolo, che preservasti il mio corpo dalla polluzione, che mi facesti vincere i tormenti del carnefice, il ferro, il fuoco e le catene, che mi donasti fra i tormenti la virtù della pazienza, ti prego ora di accogliere il mio spirito. Perché è già tempo che io lasci questo mondo per tuo comando e giunga alla tua misericordia…

Apparvero degli angeli che lasciarono sulla sua tomba una scritta che ne esaltava le virtù e la istituiva come protettrice di Catania, la sua città.

 

dagli Atti del Martirio
Lo spettacolo è andato in scena presso il Teatro Macchiavelli, Palazzo San Giuliano, Piazza Università, 13, Catania